IL BLOG DEL FABRIQUE

Antropologia del tatuaggio, esoterismo e carbonara

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Ciao! Benvenuti ad un nuovo articolo  per il blog del Fabrique, io sono Matteo ed ho capito che la fase 2 della quarantena è come la carbonara, non è semplice ma se segui le regole puoi uscirne indenne.

Oggi ho deciso di parlarvi di alcuni aspetti del tatuaggio che a volte vengono dati per scontati, se non del tutto ignorati, ovvero le origini del tatuaggio e come in passato questo avesse non solo una funzione estetica ma anche di tipo curativo, religioso, di protezione, di appartenenza a gruppi sociali o per esorcizzare paure e traumi.

Nel 1958 l’antropologo e filosofo Lévi-Strauss, nel suo libro “Antropologia Strutturale”, approfondisce molti di questi aspetti, descrivendo come l’uomo, sin dalla preistoria, abbia sentito l’impulso di lasciare una sua traccia abbellendo non solo gli oggeti ed i luoghi intorno a sé, ma soprattutto il proprio corpo, e se ci pensiamo un attimo fa strano che questa fosse considerata una priorità in quel periodo, visto che a quei tempi le preoccupazioni non erano l’INPS a fine mese, le bollette, o come umiliarsi all’ all-you-can-eat, ai tempi rischiavi di morire più o meno ogni mezz’ora.

Non trovi niente da mangiare? Morto.

Ti sei graffiato da qualche parte? Infezione, morto.

“Che curioso insetto piccolo e tutto colorato chissà cosa succederebbe se mi entrasse in un orecchio mentre dormo?”. Morto.

Allora, caro amico preistorico, perché ti crucciavi tanto e sentivi il bisogno di decorarti il corpo in maniera permanente quando i problemi erano evidentemente altri?

L’umile Lévi-Strauss si chiede proprio questo, ma va oltre, e per dirla in gergo tecnico, sgancia una bomba micidiale nel mondo scientifico, osservando che questa necessità da parte dell’uomo non si nota solo in alcune regioni del mondo, ma che tutti i gruppi sociali di tutto il pianeta svilupparono, arrivati ad un certo punto, questa necessità, e sarà così in molti periodi storici diversi fra loro.

Ora, potendo affermare con timido ottimismo che ai tempi l’uomo non potesse scambiarsi idee su quale fosse il nuovo trend nel mondo dei tatuaggi tramite i social network o programmi televisivi di dubbio gusto come Ink Master, viene da chiedersi:

“Ma com’è che un povero Cristo in siberia sentì, ad un certo punto della sua vita, il bisogno di iniettarsi del colore sotto pelle ed in Egitto gli adepti di Imhotep fecero altrettanto senza che avessero nulla in comune?”.

Dopo anni di studi, gli studiosi riescono ad affermare che quasi certamente non aveva niente a che vedere con la voglia di ricordarsi di una vacanza tutta matta con le amiche in qualche isola greca, e Lévi-Strauss affronta, fra le altre cose, proprio questo tema, dando inizio ad una rivoluzione nelle scienze sociali, provando che anche tra gli uomini esistono delle “costanti universali” che si sviluppano indipendentemente dal luogo e dal tempo in cui queste civiltà nascono, come ad esempio (ed è questo il punto che a noi interessa) il bisogno e l’impulso di adornare il proprio corpo e la propria pelle, che è sì il contenitore dello spirito, ma anche il mezzo più immediato per presentarsi e comunicare col mondo esterno.

Per andare sul pratico, facciamo qualche esempio.

Probabilmente molti di voi conoscono già la mummia Ötzy, un uomo dell’età del bronzo vissuto fra il 3300 ed il 3100 a.C. ritrovato nei ghicciai delle Alpi al confine fra Italia ed Austria.

Ötzy è considerato il primo essere umano tatuato e sulla sua pelle si sono contati 61 tatuaggi, e benchè si tratti solo di linee, punti e piccole croci, alcuni di questi simboli si trovano in punti in cui esami radiologici svolti sul suo corpo hanno individuato forme di artrosi (in corrispondenza della parte bassa della colonna vertebrale, dietro il ginocchio sinistro e sulla caviglia destra), portando gli esperti a presumere che tutti quei tatuaggi avessero una funzione di tipo curativo o religioso al fine di alleviare il dolore e proteggere il malato.

Come si tatuava ai tempi? Niente aghi, venivano praticate delle incisioni sulla pelle che venivano ricoperte con carbone vegetale, che penetrava all’interno della cute per fissare ed ottenere l’immagine desiderata.

Quindi ogni volta che decidiamo di tatuarci ed abbiamo paura del dolore, ricordiamoci di Ötzy.

Se ci spostiamo in Egitto, la pratica del tatuaggio a fini curativi, propiziatori e religiosi è ampiamente testimoniata dal ritrovamento, tra fine XIX ed inizio XX secolo nel sito archeologico di Deir el-Bahari, di diverse mummie tatuate, risalenti al 2200-2100 a.C.

Fra queste una in particolare, la mummia di Amunet, sacerdotessa della dea Hathor nel tempio di Tebe, colpisce per la quantità e per la collocazione dei tatuaggi.

Il suo corpo mummificato presenta tatuaggi a forma di dimanati  composti da linee e punti, posizionati  sulla coscia destra, sulla spalla sinistra, sul braccio destro e sul petto, oltre ad altre linee e punti incisi sul basso ventre. Questi ultimi in particolare  rivelano, a detta degli esperti, evidenti richiami alla fertilità, alla sessualità ed alla buona salute. Con la gravidanza i tatuaggi sul basso ventre venivano messi ancor più in evidenza ingrandendosi, avvolgendo ancora di più il ventre in segno di buon auspicio e protezione per il nascituro.

Alcune fra le mummie tatuate più spettacolari giungono dai ghiacciai della Siberia, da una cultura nota col nome di Pazyryk, popolo nomade di cavalieri, cacciatori e guerrieri, vissuto nelle lande della steppa fra il VI e dil II secolo a.C.

Basta cercare su google “Pazyryk tattoos” per rendersi conto della complessità dei tatuaggi di questo popolo, soprattutto considerato il periodo in cui vennero eseguiti, ma l’esempio più interessante è la mummia di una donna risalente al V secolo a.C. rinominata “The Siberian Ice Maiden”, rinvenuta nel 1993 in una camera mortuaria sotterranea in Russia, nella Repubblica di Altai.

Grazie a questa mummia, e ad altre ritrovate nei siti vicini, gli esperti  hanno stabilito che per i Pazyryk i tatuaggi, raffiguranti molto spesso animali reali o fantiastici, avevano lo scopo di rappresentare il pensiero di chi li portava, di protezione, devozione verso le divinità e per definire il ruolo sociale dell’individuo.

Più erano numerosi i tartuaggi, più la persona era vissuta a lungo e più era alto il suo rango sociale.

Gli esempi di civiltà e culture che adottavano il tatuaggio con le più svariate funzioni potrebbero andare avanti ancora per un bel po’: dai legionari Romani ai popoli Celti, i Britanni, le civiltà turche, la cultura del tatuaggio nelle aree dell’Indonesia, in Cina, Giappone, Australia e Nuova Zelanda, ma vorrei evitare di finire troppo nel tecnico, quindi per arrivare ad una conclusione tornerei al nostro amico Lévi-Strauss.

Cosa ci fanno capire tutte queste analogie fra culture di epoche e luoghi così distanti? Che come diceva Lévi “tra gli uomini esistono delle costanti universali”, che culture delle età più diverse “sono venute a conclusioni identiche nella sostanza, seppure dissimili nella forma”, e che l’esoterismo ha sempre avuto un ruolo fondamentale in questo fenomeno.

Esoterismo che però non deve essere letto come “vieni giovane ti leggo i tarocchi dimmi un numero da uno a dieci ehhhhh no hai un aura negativa  non ti vedo bene ecco tieni queste ossa di rospo sbiciolale nella tisana con del cardamomo e vedrai che gli spiriti di aiuteranno”.

In questo caso “esoterismo” va letto nella sua connotazione originale, ovvero quella spirituale e religiosa, perché come abbiamo visto ogni cultura e religione pagana del passato si affidava a questo tipo di esoterismo (per sublimare le proprie paure, i pensieri, le ambizioni, le esperienze vissute e via dicendo) tramite il tatuaggio,  per esprimersi e per farsi comprendere meglio.

Se ci pensiamo è un po’ quello che succede e che facciamo ancora oggi.

Un tatuaggio può ricordarci una persona cara, un momento importante della nostra vita, una paura superata, e può diventare un biglietto da visita per farci conoscere e presentarci agli altri.

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Una risposta

  1. Bravo.
    Spunti come sempre interessanti, anche se, perdonerai l’ardire ed una certa aleatorietà, Ti sottolineo come sia considerata Il farò illuminante, il nume tutelare della ricetta, la mai dimenticata nuora di Piero Maroncelli.
    Continuate cosi, siete unici!

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